Scrivere non è riempire spazi

Scrivere non è riempire spazi

Scrivere non è riempire spazi

C’è un grande equivoco intorno alla scrittura.
Si pensa che scrivere significhi riempire spazi vuoti.
Una pagina bianca, un sito, un profilo, un silenzio.

In realtà, spesso, scrivere significa fare l’opposto:
togliere.

Togliere parole inutili.
Togliere frasi che non ci appartengono.
Togliere il rumore che copre il senso.

Quando qualcuno mi chiede aiuto per un testo, quasi sempre non manca il contenuto.
Manca il coraggio di fidarsi di ciò che già c’è.

Viviamo circondati da modelli:
come si dovrebbe scrivere, come si dovrebbe parlare, come ci si dovrebbe presentare.
E senza accorgercene iniziamo a usare parole che non sono nostre.

La scrittura, invece, dovrebbe somigliare a una casa abitata.
Non perfetta.
Ma vera.

Una casa dove ogni frase ha un motivo per stare lì.
Dove non tutto è in ordine, ma tutto ha senso.

Scrivere non è fare bella figura.
È prendersi la responsabilità di dire qualcosa senza maschere.

In bottega questo è il lavoro più delicato:
aiutare qualcuno a riconoscere la propria voce, non a copiarne un’altra.

A volte basta pochissimo:
una frase tolta, un paragrafo spostato, una parola più semplice.
E il testo respira.

Altre volte serve tempo.
Perché dietro a una pagina confusa c’è quasi sempre una persona che non si sente autorizzata a essere chiara.

Scrivere non è un talento riservato a pochi.
È un atto di fiducia.
Fiducia nel fatto che ciò che vivi merita di essere raccontato, anche se non è straordinario.

Anzi, soprattutto se non lo è.

Le storie che restano non sono quelle perfette.
Sono quelle oneste.

Per questo, in bottega, non si scrive per piacere a tutti.
Si scrive per dire il vero.

E il vero, quando arriva, non ha bisogno di effetti speciali.

firma la bottega dello scrittore

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