
Già attualmente, se vai in giro per le città, non trovi più falegnamerie, o botteghe tessili, botteghe che lavorino il ferro, ceramisti, insomma tutto questo fa paura. Quel poco che vedi, saranno gli ultimi che cercheranno di sopravvivere, fin quanto potranno…
Camminata in città. Hai ragione. E fa paura davvero.
Non è una sensazione, è una constatazione che chiunque abbia gli occhi aperti può fare camminando per le città, grandi o piccole che siano.
Un tempo bastava fare due isolati e trovavi una falegnameria, una sartoria, una bottega del ferro, un laboratorio tessile, un ceramista. Oggi, invece, vetrine chiuse, serrande abbassate, locali trasformati in altro o lasciati vuoti. È come se un pezzo di anima urbana fosse stato tolto senza fare rumore.
E quello che resta, come dici tu, sono spesso gli ultimi.
Gli ultimi a resistere.
Gli ultimi a provarci.
Gli ultimi a dire: “finché posso, io vado avanti”.
Le città senza botteghe fanno paura perché diventano vuote
Una città senza artigiani è una città senza radici.
Diventa un luogo di passaggio, non di appartenenza.
Negozi tutti uguali, catene identiche ovunque, prodotti impersonali. Cambia il nome della via, ma l’esperienza è sempre la stessa.
Le botteghe artigiane, invece, erano:
- luoghi di lavoro
- luoghi di incontro
- luoghi di memoria
Dentro una bottega non entravi solo per comprare, ma per parlare, chiedere consiglio, guardare come nasceva qualcosa. Oggi questo contatto umano è quasi sparito, e non ce ne rendiamo conto fino in fondo.
Gli ultimi resistenti
Chi vedi ancora aperto non è lì perché “gli va bene”.
È lì perché non sa fare altro, o meglio: sa fare solo quello, e lo fa bene. È gente che ha passato una vita a imparare un mestiere, che non può reinventarsi dall’oggi al domani come se nulla fosse.
Molti di loro lavorano:
- con margini ridicoli
- senza certezze
- con l’ansia del mese dopo
- spesso senza sapere se qualcuno continuerà dopo di loro
E la cosa più tragica è che quando chiudono, non chiude solo un’attività:
chiude un sapere.
Chiude un’esperienza.
Chiude qualcosa che non tornerà più.
La paura vera: il dopo
Quello che fa più paura non è solo la chiusura delle botteghe, ma il vuoto che lasciano.
Perché non c’è un ricambio.
Non c’è una fila di giovani pronti a subentrare.
Non c’è una rete che accompagni il passaggio.
Quando l’ultimo falegname di un quartiere chiude, non ne aprirà un altro.
Quando l’ultimo tessile abbassa la serranda, quel mestiere sparisce da quel territorio.
E quando sparisce da un territorio, sparisce dalla memoria collettiva.
Non è nostalgia, è realtà
Qualcuno liquida tutto dicendo: “eh, sono cambiati i tempi”.
Ma questo non è progresso, è perdita non gestita.
Il progresso dovrebbe integrare, non cancellare.
Qui invece si è scelto di sostituire, non di affiancare. E il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Finché potranno…
Quella frase che hai scritto è durissima, ma vera:
“finché potranno”.
Molti artigiani oggi non fanno piani a cinque anni.
Fanno piani a sei mesi.
A volte a tre.
E questo logora.
Logora le persone, la passione, la dignità.
Una domanda scomoda (ma necessaria)
La vera domanda non è:
“perché le botteghe chiudono?”
La vera domanda è:
ci importa davvero che stiano scomparendo?
Perché se la risposta è sì, allora servono scelte vere, non parole.
Se la risposta è no, allora dobbiamo avere il coraggio di ammettere che stiamo accettando un mondo più povero, più freddo, più impersonale.
E quando un giorno diremo ai nostri figli:
“qui una volta c’era una falegnameria, lì un laboratorio tessile…”
loro ci guarderanno come si guarda qualcosa di lontano, incomprensibile.
Ed è questo, forse, che fa più paura di tutto.
