
📖 La mia ricca povertà –
Un passo nel mio cammino di scrittura
Ci sono storie che nascono per esercizio.
E poi ci sono storie che nascono perché non puoi farne a meno.
“La mia ricca povertà” appartiene alla seconda categoria.
Non è un racconto scritto per riempire una pagina.
Non è nato per inseguire un premio.
È nato da uno sguardo.
Uno sguardo verso chi vive ai margini.
Verso chi perde il lavoro.
Verso chi perde la casa.
Verso chi perde, soprattutto, la propria dignità agli occhi degli altri.
Viviamo in un tempo in cui la povertà non è solo mancanza di denaro.
È solitudine.
È invisibilità.
È sentirsi un numero, un peso, un errore.
Mentre scrivevo questa storia, pensavo a quante persone, ogni giorno, attraversano questa invisibilità in silenzio. Pensavo alle mense che si riempiono. Pensavo a chi dorme in auto. Pensavo a chi un tempo aveva una vita stabile e poi, per una serie di eventi, si ritrova a dover ricominciare da zero.
Il protagonista del racconto, Giulio, perde tutto.
Ma ciò che lo ferisce di più non è la perdita materiale.
È la perdita di sé.
E qui entra in scena un personaggio particolare: Cagimo.
Un uomo semplice, apparentemente qualunque, che compie un gesto che cambia tutto. Non salva il mondo. Non fa miracoli spettacolari. Non pronuncia grandi discorsi. Fa qualcosa di molto più potente: guarda Giulio come una persona.
Gli offre un pasto.
Gli offre vestiti puliti.
Gli offre ascolto.
E soprattutto gli restituisce dignità.
Nel racconto c’è un dettaglio che ho voluto lasciare come una piccola chiave nascosta: il nome Cagimo è l’anagramma di Giacomo. Un gioco? Forse. Ma anche un simbolo. Perché a volte l’aiuto arriva in modo silenzioso, quasi misterioso. A volte non ha bisogno di spiegazioni teologiche o morali. Ha bisogno solo di un cuore disposto ad agire.
“La mia ricca povertà” è un titolo che potrebbe sembrare contraddittorio. E lo è. Perché la vera ricchezza non coincide sempre con ciò che possediamo. A volte nasce proprio quando perdiamo tutto e siamo costretti a riscoprire ciò che conta davvero.
Questo racconto è stato inviato al Premio “Racconti nella Rete 2026”. Non so cosa accadrà. Non so se verrà premiato, selezionato o semplicemente letto da pochi. Ma so che, per me, è già un passo importante.
Perché scrivere significa esporsi.
Significa dire: “Questo è ciò che sento.”
Significa mettere il proprio nome accanto a una visione del mondo.
In questa Bottega parliamo spesso di scrittura come strumento di costruzione. Costruzione di senso. Costruzione di ponti. Costruzione di umanità.
Questo racconto è, in fondo, un piccolo ponte.
Non pretende di dare soluzioni.
Non pretende di insegnare.
Vuole solo ricordare una cosa semplice: nessuno è davvero povero quando incontra uno sguardo che lo riconosce.
Forse la vera ricchezza è proprio questa.
Qualunque sarà l’esito del concorso, questo testo rimane una tappa del mio cammino. Una conferma che scrivere non è solo tecnica o stile, ma responsabilità. Perché le parole possono ferire, ma possono anche sollevare.
E se anche una sola persona, leggendo questa storia, si fermerà un attimo a guardare chi vive ai margini con occhi diversi, allora quella povertà avrà generato una ricchezza vera.
La scrittura, quando è sincera, non fa rumore.
Ma lascia traccia.
— Marco Ferrara
La Bottega dello Scrittore ✍🏻
“Ho partecipato al Premio Racconti nella Rete 2026 con il racconto La mia ricca povertà.
Qui trovate il link ufficiale alla pubblicazione.”
