Il bene non fa rumore

Il bene non fa rumore

Il bene non fa rumore, ma chiede voce

C’è un bene che non compare nei titoli.
Un bene che non cerca applausi.
Un bene che spesso resta nascosto, quasi timido.

È il bene quotidiano.
Quello fatto da persone normali, con mani stanche e cuori ostinati.

Negli anni ho incontrato tante storie così.
Volontari che non si sentono eroi.
Persone che aiutano senza sentirsi importanti.
Famiglie che resistono in silenzio.

Queste storie non hanno bisogno di essere spettacolarizzate.
Hanno bisogno di essere custodite.

Scrivere per il sociale, per me, non significa “raccontare il bene”.
Significa non tradirlo.

Il rischio più grande è usare parole troppo grandi per gesti semplici.
Il bene non ama la retorica.
Ama la verità.

Raccontarlo richiede rispetto.
E ascolto.
E la capacità di fare un passo indietro.

In bottega questo è uno dei lavori più importanti.
Dare voce senza rubarla.
Scrivere senza sovrapporsi.
Lasciare spazio.

Perché il bene, quando è vero, non ha bisogno di essere migliorato.
Ha solo bisogno di essere visto.

Viviamo in un tempo che amplifica tutto ciò che divide.
Raccontare il bene diventa allora un atto politico nel senso più alto:
ricordare che l’umano resiste.

Non per ingenuità.
Ma per scelta.

Se scrivo queste storie è perché credo che abbiano un valore che va oltre il momento.
Sono semi.
E i semi non fanno rumore quando crescono.

Se anche una sola persona, leggendo, si sente meno sola…
allora la bottega ha fatto il suo lavoro.

firma la bottega dello scrittore

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