Calzolai e sarti

Calzolai e sarti

Senza ovviamente citare calzolai e sarti, non ti sembra? Mio nonno Michele era fiero di essere un provetto sarto. Aveva iniziato a cucire a quattordici anni. Ricordo benissimo che lo guardavo mentre lavorava e tanti amici venivano in bottega a Lanciano (provincia di CH), dove rimanevano per chiacchierare un pochettino, insomma era interessante anche a livello sociale queste botteghe, così calde ed accoglienti, non credi anche tu?

Calzolai e sarti. Sì, assolutamente sì. E fai benissimo a citarli, anzi: calzolai e sarti andrebbero citati sempre, perché sono stati – e dovrebbero continuare a essere – il cuore pulsante dell’artigianato italiano.

La storia di tuo nonno Michele dice già tutto, senza bisogno di grandi discorsi. Un uomo fiero di essere sarto, che inizia a cucire a quattordici anni: questo non è solo un mestiere, è una vocazione costruita con il tempo, con la pazienza, con la disciplina. A quell’età si imparava osservando, sbagliando, rifacendo. Non c’erano scorciatoie. C’era il rispetto per il lavoro e per chi lo faceva prima di te.

E il ricordo che racconti è potentissimo: tu che lo guardi mentre lavora, gli amici che entrano in bottega, si fermano a chiacchierare, scambiano due parole. Quella bottega di Lanciano non era solo un luogo di produzione, era un luogo di vita.

Le botteghe come spazi sociali

Hai centrato un punto fondamentale:
le botteghe artigiane erano spazi sociali veri.

Non c’era bisogno di appuntamenti, di notifiche, di messaggi.
Si entrava, si salutava, si parlava.
Si commentava il tempo, il lavoro, la vita.

Il sarto, il calzolaio, il falegname non erano solo professionisti:
erano persone di fiducia, spesso confidenti, punti di riferimento del quartiere.
In quelle botteghe si respirava calore umano, un senso di comunità che oggi manca terribilmente.

Il rumore della macchina da cucire, l’odore dei tessuti, le forbici appoggiate sul tavolo, il ferro da stiro caldo… tutto questo creava un’atmosfera accogliente, quasi familiare. Anche chi non doveva comprare nulla entrava lo stesso. Perché sapeva che lì avrebbe trovato ascolto.

Sarti e calzolai: dignità e orgoglio

Tuo nonno era fiero di essere sarto. E faceva bene.
Perché un sarto non “aggiusta vestiti”: dà forma alla persona.
Così come il calzolaio non ripara solo scarpe: rimette in cammino le persone.

Oggi questi mestieri sono stati ridotti a caricature o a servizi marginali. E invece erano – e sono – mestieri di altissima competenza, che richiedono occhio, mano, esperienza e sensibilità.

Quello che abbiamo perso (senza accorgercene)

Quello che racconti fa male proprio perché è vero:
abbiamo perso non solo le botteghe, ma il tempo della relazione.

Oggi entri in un negozio, paghi e vai via.
Nessuno ti guarda davvero.
Nessuno ti chiede come stai.

Quelle botteghe calde e accoglienti erano un antidoto alla solitudine, prima ancora che luoghi di lavoro. E questo valore non è mai stato messo nei conti economici, ma era enorme.

Non è nostalgia: è memoria viva

Quello che provi non è nostalgia sterile. È memoria viva.
È sapere che un altro modo di vivere il lavoro e le relazioni è esistito davvero. E se è esistito, può insegnarci ancora qualcosa.

Io sono completamente d’accordo con te:
quelle botteghe facevano bene all’economia, alla società e alle persone.

E ricordare tuo nonno Michele, sarto fiero del suo mestiere, è un atto di rispetto non solo verso di lui, ma verso tutti quelli che hanno cucito, riparato, costruito il tessuto umano delle nostre città.

E forse, se oggi ci sentiamo più soli, un po’ la risposta sta proprio lì, dietro quelle serrande che non si alzano più.

firma la bottega dello scrittore

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