Fine o inizio di Carlo Matteucci

Era come se quella città avesse racchiuso tutta la sua bruttezza e squallore in quella piazza e nelle strade vicine.

Tutto concentrato in quei mattoni anneriti, nelle buche sull’asfalto chiazzato, nei marciapiedi sconnessi e sporchi e nei volti stanchi e rassegnati della gente che li calpestava.

Erano tutti tristi allo stesso modo, con la testa bassa, i colori dei vestiti sembravano spenti, tutti tendenti al grigio e i rari sprazzi di tinte vivaci si annacquavano nel pallore generale.

Come se un perfido pittore avesse steso una patina opaca su un quadro, trasformandolo nel ritratto dell’infelicità umana.

Il cielo, come in uno specchio verniciato di grigio, rifletteva tutta quella tristezza, senza restituire luce, anzi rubando quella poca esistente, così che l’atmosfera nelle ore del giorno e della sera fosse uguale. Niente faceva distinguere nulla: tempo atmosferico, cronologico, stagioni, stati d’animo.

Tutto completamento piatto, che avrebbe fatto la felicità dei terrapiattisti.

La sua speranza era che, data l’alta concentrazione di desolazione di dove si trovava, le altre zone di quel luogo potesse riscattarne la reputazione.

Magari, girando l’angolo, avrebbe incontrato un giardino fiorito, dei ruscelli di acqua fresca, della gente sorridente e accogliente, del sole caldo che scaldasse le guance.

Ma, dietro quei muri scrostati e invasi da scritte prive di senso estetico, c’erano solo altri mattoni sporchi, tombini divelti e spazzatura che era divenuta padrona assoluta delle strade.

Perché la desolazione ci aveva invaso fuori e dentro di noi?

Che cosa era scattato, che aveva distrutto la bellezza e l’armonia? 

Oppure queste non c’erano mai state e solo le nostre illusioni coprivano le tristezze che avevamo intorno?

Alzando lo sguardo, cercò se dalle finestre delle case trasparissero segnali di vita diversi, dei volti, suoni, anche solo presagi di speranza. Qualcuno che gli instillasse gocce di ottimismo nelle vene, sorrisi nell’animo e voglia di proseguire nel cammino.

Ma non coglieva nessun segnale di aiuto o barlume di luce in quel triste buio diurno cittadino.

Ogni tanto, incontrava qualche cane randagio che, incurante della sua presenza, rovistava nelle numerose collinette della spazzatura esistenti.

Incrociandone lo sguardo, in quel colloquio virtuale, era come se gli animali gli chiedessero:

-Guarda, che qui l’estraneo sei tu, non lo capisci?-

– Hai ragione, non voglio capirlo, ma è così-

Si alzò il bavero del giaccone, come cercando di proteggersi dal freddo che aveva dentro, si aggiustò meccanicamente la mascherina sulla bocca, anche se era consapevole che non servisse più a nulla mentre il peso dello zaino sulle spalle, si faceva sempre più leggero, quasi inesistente. D’altronde, lo aveva riempito di poco, come di poco era piena la vita dell’umanità.

Continuò a camminare tra la sporcizia, mentre i barattoli che il vento faceva rotolare ai suoi piedi, provocavano degli strani suoni, come una musica casuale. L’odore pungente dei rifiuti lo circondava, facendolo respirare a fatica.

Quando le raffiche spiravano contro di lui, la polvere che lo colpiva sul viso era come se lo ferisse, come se la sua pelle fosse bucata dall’aria, mentre le fessure dei suoi occhi accoglievano una minima quantità di luce, quanto bastava a non urtare gli ostacoli che poteva incontrare.

I semafori, lampeggianti ormai da qualche tempo, erano divenuti come totem utili a nessuno, in quelle strade deserte di umani, piene solo di rottami, rifiuti e desolazione.

Girò un angolo a caso, fece qualche passo e trovò delle scale che scendevano.

Si fermò un attimo, indeciso sul da farsi, mentre con lo sguardo perlustrò il perimetro visivo davanti a lui.

Dopo una cinquantina di gradini di pietra sconnessi e irregolari, arrivò a un marciapiede o a quello che rimaneva di esso.

Scese ancora più in basso e si accorse così che stava percorrendo a piedi, il letto asciutto di quello che un tempo era uno dei fiumi più famosi al mondo, uno dei più fotografati, dipinti o sognati nei secoli precedenti.

Invece, ora c’erano soltanto polvere, sassi, ma soprattutto una montagna di ferro arrugginito che assomigliava alla carcassa di un gigantesco, macabro albero di natale metallico.

Istintivamente, diede un calcio a ciò che trovò sul suo cammino.

Un cartello di ferro con una scritta sbiadita:

“Tour Eiffel, entrées”.

In quell’istante, ebbe la conferma come tutto fosse, davvero, finito.

Oppure, come se tutto, davvero, potesse ricominciare.