Pandemia a Roma – di Cristiana Fantoni

Pandemia a Roma

Sulla terrazza del Campidoglio, nel momento in cui il sole verso il mare tramonta tingendo
di rosso la città di Roma, un’astronave dalla forma piatta e allungata scendeva silenziosa,
poggiando su forti getti d’aria. Non c’era nessuno che potesse vederla, la caffetteria era
chiusa. Sul pavimento saltellavano solo i piccioni che ignari cercavano briciole da
becchettare. I gabbiani a frotte giravano in cerchio delusi di non trovare turisti che
potessero sfamarli.
Sulla sommità dell’astronave si aprì un piccolo oblò. Pareva un sommergibile affiorato
dagli abissi del mare. Uscirono tre uomini. Portavano uno strano casco leggero che gli
copriva in parte il viso. Scesero sulla terrazza e si guardarono in giro. Non c’era nessuno.
Si avvicinarono alla balaustra e guardarono sotto per strada, a destra e poi a sinistra. I Fori
Romani erano deserti. Forse, pensarono, al tramonto terminava l’accesso del pubblico. Ma
anche giù sulla via che va verso Piazza Venezia non si vedeva neanche una persona. Solo
qualche macchina correva senza fermarsi.
I tre si meravigliarono e si chiesero se per caso non avessero sbagliato, confondendo
l’anno 2020 con un’epoca precedente. Notarono un passante che si affrettava sul
marciapiede con un sacco della spesa in mano. Portava gli occhiali da sole e una
mascherina verde su naso e bocca. Cosa poteva essere successo? Chiamarono subito, con
il computer che portavano al polso, la loro base Gamma Gruis 2154 per avere spiegazioni.
«Non vi preoccupate. Ho visto proprio adesso su Wikimedia Commons che nel 2020 nel
mese di marzo scoppiò una forte pandemia per un virus sconosciuto allora, il Covid19.
Voi non avrete problemi perché durante gli anni fino ad oggi, il 2219, abbiamo sviluppato
gli anticorpi verso questa malattia. Continuate la vostra missione».
I tre scesero azionando i getti d’aria sotto i piedi e si avviarono verso Piazza Venezia.
C’era un’atmosfera pesante, il silenzio copriva come nebbia la strada. Si spostarono verso
Via Del Corso. Tutti i negozi erano chiusi. Videro da lontano la Colonna di Marco Aurelio
che si ergeva verso l’alto solitaria. Le poche persone che s’incontravano svicolavano
cercando di non toccarli e abbassavano lo sguardo come per sparire del tutto. A Campo

Marzio furono attratti da un uomo che su un ballatoio suonava la tromba. Come se
avessero avuto un appuntamento altri uscirono sui terrazzi e sui balconi e iniziarono a
cantare un inno sconosciuto. Tutta la città nello stesso momento risuonò di canti e
applausi. Capirono che tutta quella gente esprimeva con la musica la vicinanza e la
condivisione che non potevano avere realmente. Si commossero sotto le loro maschere di
ultima generazione. Uno di loro alzò la visiera e sussurrò:
«Adesso comprendo perché ci hanno mandati qui e proprio in questo periodo del passato.
Il nostro compito è sapere e insegnare agli altri. Noi discendiamo da questi uomini che, in
balia di un virus micidiale, hanno abbandonato le vecchie abitudini, rimosso tutto
ciò che ritenevano irrilevante e superfluo e iniziato una nuova vita, modello che hanno
tramandato in eredità a noi. Gli dobbiamo essere grati e ringraziarli!»
Tornarono sulla terrazza e risalirono sull’astronave. Con un rapidissimo guizzo lucente
sparirono nello spazio sicuri che la terra ce l’avrebbe fatta programmando al meglio il futuro di tutti gli umani.