Il famigerato “scrittore fantasma”

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Da qualche anno se ne parla continuamente, forse il merito ( o la colpa) è del film del 2010 “The Ghostwriter” di Roman Polański, dove ad uno scrittore belloccio e dannato, interpretato da Ewan McGregor, veniva commissionato, in veste di Ghostwriter, la scrittura dell’autobiografia del Candidato alla Casa Bianca. Il nostro eroe veniva confinato nella casa al mare del suo autore di riferimento e finiva al centro di intrighi internazionali.

la vita di un ghostwriter “reale” é di norma, molto meno avventurosa.

Per prima cosa, vorrei definire bene il significato della parola che tradotta in italiano suonerebbe con la locuzione “scrittore fantasma” quindi per comodità si usa comunemente il vocabolo inglese.

Visto che noi siamo in Italia e in quanto scrittori amiamo l’italiano, useremo d’ora in avanti la locuzione, anche se sono due parole e si fa più fatica fisica a scriverle e perché i fantasmi ci hanno sempre messi almeno in soggezione.

Cosa fa il fantasma? Il suo compito non può essere solo quello di scrivere al posto di un altro scrittore, a pensarci bene se così fosse non avrebbe senso. Per quale motivo lo scrittore principale non vorrebbe scrivere il suo testo? Per pigrizia? Per incompetenza? Ma se costui è pigro ed incompetente perché scrive libri?

A pensarci bene se lo scrittore fantasma, dovesse scrivere di sana pianta al posto del suo “cliente” creando lui in tutto e per tutto il testo, dall’ideazione alla stesura finale non sarebbe un fantasma ma un clone. Se avete conosciuto autori che fanno abitualmente questo o che hanno fatto cose del genere in passato, avvertiteli e fate in modo che si facciano chiamare con il loro vero nome ovvero “Clonewriter” (credo di aver appena inventato un neologismo).

A parte gli scherzi, nessun autore per soldi cederebbe totalmente un’idea sua ad un altro. A meno che non sia una cifra astronomica. Avendo a che fare da ormai 16 anni con il mondo dell’editoria, ho capito che nemmeno i cosiddetti “grandi editori” dispongono di cifre degne di un lavoro del genere.

Allora che fa questo famigerato scrittore fantasma? Le risposte sono tante, è un lavoro di sostegno davvero complesso e delicato. Intanto il fantasma deve valutare l’entità dell’intervento all’autore volta per volta poiché ogni caso è unico al mondo. Volendo fare un elenco si può dire che un buon fantasma deve:

  • Saper ascoltare 
  • capire perché l’autore si é rivolto a lui
  • saper proporre l’intervento più adeguato alla situazione (es. una scrittura “di sana pianta” oppure un lavoro di ampliamento)
  • offrire le strategie per risolvere i problemi in maniera autonoma
  • saper offrire prospettive reali (es. non credo sia possibile garantire la scrittura del “best-seller)

Secondo la mia esperienza come fantasma, questi sono i punti cardine del lavoro.

Il mio metodo prevede sempre l’ascolto attivo dell’autore, dei suoi motivi, delle sue intenzioni e la comprensione il più completa possibile del suo mondo. L’opera che scrivo per altri non è mai figlia del mio ingegno ma scaturisce dal dialogo ed è quindi totalmente figlia dell’autore che poi, la firma.

Diciamo che il fantasma fa il lavoro duro. Ossia si mette fisicamente a scrivere la storia proposta da un altro, passa ore a strutturare storie che in apparenza non hanno struttura, definisce meglio ambientazioni e personaggi ma non mette mai idee proprie. Per questo il lavoro non può mai prescindere da una relazione con l’autore commissionante, rapporto spesso epistolare (via e-mail) e telefonico ma comunque asservito a un grado di conoscenza il più possibile profondo.

Per questo motivo, io consiglio agli autori che mi contattano (sia che siano autori “pubblicati” che autori per diletto”  di diffidare sempre di chi  offre il libro finito in brevissimo tempo senza “chiedere nulla” o quasi. Se il fantasma non  conosce l’autore e non conosce la sua poetica, non può fare un buon lavoro.

Come scrittrice e come donna, io devo molto al lavoro di ghostwriter. Non solo perché ho un ritorno economico, anche perché nonostante l’esperienza che me lo permetterebbe, ancora oggi valuto sempre il lavoro caso per caso senza sterili tariffari fissi (Cavolo non sono mica un dentista!), ma soprattutto perché grazie al ghostwriting scrivo continuamente storie che non scriverei mai, da punti di vista che non potrebbero mai essere i miei, in modi che spesso esulano dalla sfera del mio sentire. Per un autore credo non ci sia esercizio migliore.

Chiara Borghi