Sesto racconto giveaway in rosa

Chiudiamo il concorso con il racconto che, colpa nostra, avevamo dimenticato nel cassetto virtuale. Chiediamo umilmente scusa all’autrice Emme Boucles, niente di personale. Eccolo di seguito e buona fortuna. Entro fine luglio ci sarà l’estrazione del vincitore e l’asegnazione del premio. Mi raccomando, se non l’avete ancora fatto mettete il vostro “mi piace” sulla nostra pagina facebook de La bottega dello scrittore!!!

Parole d’estateimages

Quando sono entrata qui mi sentivo piena di speranze, di ambizioni, di idee e di illusioni per il mio futuro lavorativo. Ero stata fortunata, dopo la laurea in lingue e culture moderne, conseguita con il massimo dei voti, era arrivata subito questa occasione, l’opportunità che aspettavo e che speravo.
Una grande multinazionale statunitense, con una sede a Milano, alla ricerca di personale qualificato con una padronanza ottima di almeno due lingue ed io, con il mio inglese ed il mio francese più che fluenti, non ho avuto particolari problemi. Due colloqui e tutto è stato semplice, ma adesso che mi vedo totalmente concentrata sul lavoro e che anche la relazione col mio lui è naufragata miseramente, mi domando se io abbia fatto bene a dare tutta me stessa a questo lavoro. Un lavoro che mi riempie di soddisfazioni, che mi gratifica, ma che mi toglie tutta la libertà ed il tempo libero di cui godevo un tempo.
In questa azienda, seppur grande, si soffoca. E’ estate, dovrei essere al mare ed invece sto trascorrendo le mie vacanze qui, negli uffici semideserti, evitando di tornare troppo presto a casa dove non c’è l’aria condizionata. E’ agosto e si soffoca, qui l’aria condizionata c’è, ma mi manca il respiro. Tra una settimana è Ferragosto. Al diavolo il lavoro, il fine settimana me lo prendo di vacanza, un week end lungo di Ferragosto. Le mie amiche sono già tutte fuori Milano ed io non so da quanto tempo non mi prendo un giorno di vacanza.
Che fare in questi tre giorni allora? Decido di andare a trovare i miei genitori, fuori, in provincia, ad un paio d’ore da qui, aria buona, verde, i miei parenti e qualche amica di infanzia, il solito muretto davanti al bar e quel microcosmo che sembra restare sempre immutato; chissà se dopo anni è ancora così. Decido di scoprirlo tra una settimana.
Ed è già venerdì. Pochi abiti, un bel cd in auto e l’autostrada mi porta velocemente al mio paese. Abbraccio felice i miei genitori, che non vedo da giugno e che rivedrò a settembre, finalmente in pensione possono godersi i mesi estivi. Si parla, ci si racconta e poi si inizia il giro dei saluti, le zie, i cugini, troppi caffè e troppe fette di torta, ma il bello del paese è che ci sposta al massimo di cinquecento metri. Sono contenta di essere venuta, di aver staccato la spina e di trascorrere del tempo con la mia famiglia. Saranno tre giorni di pieno relax.
La sera vorrei restare a casa a leggere un libro, sono mesi che mi dico di farlo e questa è l’occasione giusta, ma è festa, domenica sarà Ferragosto e ci sono le bancarelle, lo zucchero filato, la musica ed il paese è vestito delle sue luci più belle. Le mie cugine insistono perché esca, mi ripetono che sarà una serata importante, che c’è tanta gente e ci divertiremo. Mi piace e mi fa tenerezza questa piccola ingenuità che hanno, il fatto che queste giornate rivestano per loro tanta importanza, la messa, il pranzo, le sere di festa, l’occasione per uscire dalla monotonia del paese, ma pur sempre restando qui in paese, senza arrivare alla provincia più vicina. Sono abbastanza più grande rispetto a loro ed il fatto di vivere in una città mi fa vedere tutto in modo molto meno romantico e poetico.
Mi preparo ed esco, contrariandole per il mio abbigliamento sportivo, mentre continuo a pensare al libro sul comodino.
E’ tutto come ricordavo, il muretto, il bar, i tavolini, gli anziani seduti a giocare a carte, le famiglie coi bimbi ed i ragazzi sul muretto che osservano i passanti. Questa sera, però c’è molta più gente rispetto al solito. Le mie cugine sono eccitate per questo “bagno di folla” e mi trascinano dove c’è la musica a sbirciare le bancarelle. Rivedo con piacere qualche amicizia d’infanzia, mi fermo a chiacchierare, salutandomi con la promessa di mantenere i contatti e, mentre sto conversando con qualcuno di cui ricordo solo il viso e neanche il nome, tra l’odore dei dolci, quello delle arachidi tostate calde e delle patatine fritte, mia cugina mi prende per il braccio spingendomi verso un gruppetto di volti mai visti e che sembrano un po’ spaesati.
Mi spiega che sono dei ragazzi francesi in villeggiatura estiva per tutto il mese, ospiti di un amico che ricordo benissimo, conosciuti per lavoro e che, purtroppo, parlano solo la loro lingua madre, mi fa notare che sono molto belli e che lei e le sue amiche vorrebbero fare amicizia, ma non parlano neanche una parola di inglese. Praticamente dovrò lavorare anche qui. Mettermi a tradurre i sospiri amorosi di queste ragazzine e di questi ragazzi così spaesati, che credono di aver visitato l’Italia, mentre sono confinati in un paesino sperduto e si stanno perdendo tutto il bello del nostro paese. Eppure sono sorridenti e sembrano divertirsi, anche se non capiscono una parola. Mi mettono davanti Etienne, il mio equivalente linguistico, ma il più timido, lo noto subito, mi stringe la mano con poca convinzione ed abbassa lo sguardo. E’ bellissimo.
Almeno sarà una bellezza per gli occhi dover tradurre. Inizio a fare le presentazioni ed a cercare tra i vari componenti dei punti di contatto con le ragazze, ma è evidente che la difficoltà linguistica è uno scoglio insormontabile, mentre il gruppetto prova a fare amicizia, mi ritrovo a parlare con Etienne di tutt’altro ed a sorridere con lui del fatto che potremmo dirci qualsiasi cosa e nessuno capirebbe, prenderci gioco di tutti senza che se ne accorgano.
Piano piano ci ritroviamo lontani dal gruppo, sappiamo che la cosa si esaurirà presto senza di noi, ma ci mettiamo a ridere ed iniziamo a camminare, girandogli le spalle. Parliamo talmente tanto da non accorgerci che continuiamo a girare in tondo, qui non c’è molto da fare, da vedere e da camminare e ci mettiamo seduti su una panchina, continuando a parlare come due bambini che iniziano a pronunciare le prime frasi e sono subito fiumi in piena, ansiosi di dire tutto quello che sia possibile.
La sera è fresca, l’aria ferma e le stesse brillano prepotenti nel cielo estivo. Una di quelle serate su cui potrebbero scrivere una canzone. Noi continuiamo a parlare per ore. Ci accorgiamo di aver fatto tardissimo, quando, tornando in piazza, troviamo le luci spente ed il silenzio che segue le serate di festa. Ci sorridiamo in modo complice, più passano le ore più mi sembra bello, non ero attratta così tanto da un uomo da non so quanto tempo, avevo dimenticato quella meravigliosa sensazione, la mente sgombra dai pensieri ed il cuore immobile, pronto ad accogliere questi momenti speciali. Lui è talmente timido da distogliere continuamente lo sguardo, mi piace e non so se sia lo stesso per lui, ma provo un’attrazione fortissima.
Mentre mi riaccompagna a casa, spero in un suo bacio ad ogni passo che facciamo. Quel bacio non arriva, ma vado a dormire felice ed eccitata come una bambina il giorno prima del suo compleanno.
La mattina successiva sono in uno stato sognante, lo rivedrò a pranzo, l’ho invitato a mangiare con tutti i miei parenti nel nostro casale immerso nel verde e lui ha accettato sorridendo. Naturalmente quasi nessuno dei miei parenti scambia più di due parole con lui e mi piace questo senso esclusivo, il sapere che io sono il suo unico tramite, il ponte per il resto del mondo e che tutto passa attraverso di me. E’
stupito dai nostri usi e dalle nostre tradizioni e mangia sorridendo, con quel sorriso che mi sta facendo impazzire, ma, dopo il mancato bacio della notte precedente, mi sembra chiaro il mio ruolo. Eppure siamo sempre più complici. La giornata trascorre tra risate, tovaglie a quadretti rossi e bambini che giocano. Sembra un film, sembra un quadro di Monet, sembra un sogno. I nostri sguardi d’intesa ci dicono di riprendere a passeggiare e parlare, salutiamo ed andiamo via.
La giornata volge al termine, ci gustiamo il tramonto dalla collina, si alza una leggera brezza, ci sentiamo ebbri del vino, del cibo, del sole e delle tante parole che ci siamo detti anche oggi, non so quanto abbiamo camminato, mi sembra di essere sospesa in un tempo indefinito. Ci dimentichiamo di mangiare e l’ultima serata insieme scivola via veloce, l’ultima ma in realtà la seconda insieme; eppure sembra una vita.
Tre giorni sono volati e mi ritrovo in auto a guidare verso la mia città, con la radio spenta e la mente piena di pensieri e ricordi che sono musica, non credevo di poter vivere questo piccolo sogno nel lasso di tempo di un fine settimana. I pensieri scorrono veloci, ripercorro tutto quello che è successo passo dopo passo nella mia testa: la mattina successiva, avevamo deciso di fare una gita e di trascorrere quell’ultimo giorno solo noi due; mentre guidavo in mezzo al nulla mi ha fatto fermare, mi ha baciata a lungo ed abbiamo fatto l’amore. Io e lui, due sconosciuti che hanno avuto due giorni di parole come torrenti in piena, senza mai sfiorarsi, senza mai guardarsi negli occhi, due sconosciuti che ormai sanno quel che basta l’uno dell’altra per fare l’amore. Due sconosciuti che non riescono a salutarsi, a lasciarsi andare, a cancellare questi due giorni e a tornare a respirare da soli, senza le parole dell’altro.
Ci si può innamorare di una persona in due giorni? Ci si può innamorare di una persona senza temere il futuro che ci aspetta alla fine dell’estate? Ci si può innamorare con due vite in due città lontane, differenti per cultura e lingua, con lavori opposti e senza conoscersi poi così bene?
Si. Ci si può innamorare in questo modo ed in tanti altri modi, se a parlare è la lingua dell’amore. Consapevoli che sarà difficile ma che vale la pena tentare, perché a farci decidere di continuare, di tentare, non è stato fare l’amore, ma le parole che sono venute prima.
A questo ed a tanto altro penso mentre guido, mentre arrivo quasi sotto casa, mi giro e trovo accanto a me quel sorriso a sciogliere ogni mio dubbio. Un mese di vacanza a Milano passa in fretta, ma poi, se lo vorremo, c’è tutta una vita per sorridere. Insieme. Senza più bisogno di parlare.

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