Secondo racconto giveaway in rosa

Ecco il secondo racconto in concorso per il giveaway in rosa, l’autrice é Chris Zakros!  Purtroppo non ci è pervenuto il titolo quindi lo abbiamo rinominato noi! Buona lettura

Il racconto di Chris Zakros

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Eccola, una sbavatura. Il treno aveva appena cambiato binario, dandole uno scossone.

Solitamente non si truccava, ma poiché gli affari andavano male forse così avrebbe venduto più case.

Scese dal treno rallegrandosi del sole. Essendo primavera aveva lasciato a casa il suo immancabile parka, risparmiandosi così parecchie risatine dei colleghi.

Non andava d’accordo con loro forse perché, come i cani fiutano la paura, loro avevano capito sin dal primo giorno che quel lavoro era un ripiego.

Vide l’insegna verde e, sbuffando, entrò in agenzia.

“Vanoni!” proruppe il suo viscido capo. “Hai delle pratiche sulla scrivania. Se vuoi chiarimenti puoi venire da me…”
“Non serve, le guardo subito.”

Gianluca, un suo collega, le si avvicinò: “Osso duro. Ti hanno assegnato quel tipo a cui non va bene niente. In quattro mesi ha fatto saltare un sacco di teste.”

Elisa capì subito: volevano sbarazzarsi di lei con una scusa legittima.

Senza più ascoltarlo, si spettinò la frangetta, come faceva sempre quand’era nervosa.

Così, non si accorse dell’uomo di fronte a lei, in attesa.

“La giornata è umida in effetti.”

Elisa alzò gli occhi e vide un uomo sui trent’anni, capelli castani spettinati e sguardo vivace.

“Per i capelli, intendo.”

Elisa aprì la bocca a vuoto.

“Andrea De Brandis.” disse, porgendole la mano e sorridendo per averla colta di sorpresa. “Mi hanno detto che si occuperà lei della mia disperata ricerca immobiliare.”

“Oh, sì, certo.” si affrettò lei, alzandosi di scatto e stringendogli la mano.

“Stavo proprio leggendo il suo caso. Ha visto molte case…”

“Ma nessuna andava bene.” disse lui, fissandola divertito.

Lei, imbarazzata e infastidita per lo sguardo dell’uomo, cercò di concentrarsi sui fogli che aveva davanti.

“Prima di proporle qualcosa, vorrei sapere se ci sono elementi imprescindibili.”

“Imprescindibili?” rise lui.
Elisa lo guardò. La stava prendendo in giro.

“Elementi a cui non può rinunciare. Openspace, camino…”

“No, sono un tipo semplice. Anche se quelle carte non lo direbbero…”

“Decisamente no.” osò lei.

Lui la guardò, inclinò la testa e sorrise, sorpreso.

“Preferirei un posto tranquillo, ma con dello svago. E un giardino.”

“D’accordo. Mi lasci un paio di giorni e la richiamerò.”

De Brandis, che non aveva smesso di osservarla, annuì e, sfoderando il suo sorriso, si alzò.

“Aspetterò la sua chiamata.”

Poi, improvvisamente, si sporse verso di lei, cogliendola di sorpresa. Erano così vicini che avrebbe potuto scompigliargli le ciocche ribelli con un leggero soffio.

“Questo è il mio numero. Non badi all’ora per contattarmi.” disse lui, porgendole bigliettino e penna.

“Avevo già i suoi recapiti.”

“Con questo mi contatterà direttamente.”

Prima di uscire le sorrise e aggiunse: “Mi aspetto grandi cose.”

Poi scomparve dalla vista della donna, basita e parecchio confusa.

Elisa scosse la testa e, risedendosi, si preparò a consultare tutto il database di case in vendita che potessero piacere a quello strano e irriverente personaggio.

Elisa aspettava l’arrivo del suo cliente, ripassando mentalmente la lista delle case scelte. Non avendo un’auto, lui si era offerto di darle un passaggio, arrivando però in ritardo di mezz’ora.

Salita, vedendo il solito sorriso divertito, stava quasi per riprenderlo quando si fermò.

“E tu chi sei?” chiese, voltandosi verso un labrador che si stava dimenando sul sedile posteriore.

“Lui è Baili. Verrà con noi, se non è un problema.”

“No, anzi. È lui la causa del ritardo?”

“Lui è quello puntuale. E ha un buon fiuto. Motivo in più per portarlo.”

“Non si fida del mio giudizio?”

“Al contrario.” disse lui, accelerando improvvisamente e facendola aderire al sedile.

“Va sempre così veloce?”

“Solo quando non mi danno del tu.” sghignazzò lui.

Lei, sospirando, si preparò a un tragitto turbolento e troppo veloce per i suoi gusti.

Dopo più di tre ore di case visitate, erano ancora in alto mare. Elisa, stanca e seccata, cominciava a non poterne più.

“Non è troppo vicina al mare, quindi niente turisti molesti. Inoltre puoi trovare una discoteca e un centro sportivo.”

“Non saprei. Non mi convince.”

“Cosa non ti convince? La sua perfezione?”

Andrea si voltò a guardarla, sorpreso.

“Scusa, è che giriamo da ore senza risultati. Non capisco il problema.”

“Gli manca qualcosa.”

“Sì, certo…” le sfuggì.

“A quanto pare la casa non è l’unica a cui manchi qualcosa.”

“Che intendi dire?”

“La tua pazienza.”

“Forse l’avrò persa durante il tragitto, vista la velocità.” Senza accorgersene, la discussione stava degenerando.

“Sai che ti dico? Che se devo pagare per un servizio del genere tanto vale finirla qui.”

“Tu non paghi affatto per questo servizio. Pagherai soltanto quando troverai la casa, e temo che non succederà tanto presto.”

“Ne ho abbastanza.”

“Io ne ho abbastanza. Chi credi di essere per giocare col lavoro altrui? Solo perché sei ricco non significa che hai il diritto di comportarti come se tutto ti sia dovuto!”

“Questo è troppo.”

De Brandis uscì infuriato, seguito a ruota dalla donna; il battibecco però si fermò subito quando sentirono dei guaiti.

“Baili!” esclamò lui, correndo via.

Elisa lo seguì e vide il cane a terra che tentava di rialzarsi.

“Aspetta, Baili, ti aiuto.” disse l’uomo, in ginocchio.

“No! Non muoverlo. Se è l’articolazione, in caso di movimento, potrebbe espellere un’ernia. Dobbiamo immobilizzarlo e portarlo subito dal veterinario.”

Andrea obbedì ai suoi ordini e, saliti in macchina, arrivarono all’ambulatorio più vicino, dove il cane venne ricoverato.

L’uomo si lasciò cadere, disperato, su una sedia. Elisa, avvicinandosi e poggiandogli una mano sulla spalla, disse: “Andrà tutto bene.”

Fece per togliere la mano, quando lui la prese fra le sue. “Non mi lasciare ora, ti prego.”

Elisa annuì e gli si sedette accanto.

“Grazie. Sono stato un idiota e tu invece…” Non riuscendo a finire la frase, cambiò discorso. “Come facevi a sapere quelle cose?”

Elisa, abbassando lo sguardo, si schiarì la voce.

“Frequentavo veterinaria. Ero all’ultimo anno quando mio padre morì e io dovetti abbandonare.”

“Mi dispiace. Non te lo meritavi.” disse lui, stringendole la mano.

“La vita non ti dà mai quello che meriti.”

Andrea abbassò lo sguardo.

“Scusa. Io non volevo dire che tu non meriti…”

“No, hai ragione. Non merito la mia ricchezza. Ho costruito la mia azienda coi soldi di mio padre. Quindi è la verità.”

“Signori De Brandis?”

“Sì.” disse lui, senza specificare che non erano sposati.

La dottoressa li rassicurò ma decretò che per quella notte il cane non poteva muoversi. Andrea ottenne di vederlo ma Elisa decise di non seguirlo.

Erano troppo dolorosi i ricordi del passato.

Il ritorno di Andrea e la notizia che Baili stava bene la distolsero da quei pensieri.

“Non me la sento di lasciarlo.” disse lui.

Elisa pensò di prendere un autobus per tornare ma, poiché non ne sarebbero più passati, su consiglio della dottoressa, decisero di fermarsi in un albergo vicino.

Quando arrivarono, scoprirono di dover condividere la camera.

“Posso dormire per terra.”
“Non dire sciocchezze. Il letto è grande e io non sono una sonnambula violenta; non hai nulla da temere.” disse lei e, per la prima volta da quel pomeriggio, lo vide sorridere,

Nessuno dei due, nonostante l’ora tarda, riuscì a dormire.

“Non dormi?” sussurrò Elisa.

“Sono preoccupato. Ho sempre avuto Baili vicino e non vorrei che pensasse di essere stato abbandonato.”

“E’ sedato, stai tranquillo.”

“Non posso stare qui così.” disse, alzandosi di scatto. “Devo fare qualcosa.”

“D’accordo.” Anche lei si alzò.

“Che fai?” chiese, guardandola.

“Andiamo alla clinica.”

“Ma è chiusa, non ci apriranno.”
“Non ho mica detto che dobbiamo entrarci.”

In meno di venti minuti erano davanti all’ambulatorio.

“Sei sicura di voler passare il resto della notte in macchina con me?”

“Solo se non sei un sonnambulo violento.”

Lui sorrise per la seconda volta. “Non lo sono.”

“Allora non c’è problema. E poi non è la prima volta. All’università mi nascondevo per stare vicino ai miei… pazienti pelosi.”

“Ti manca quella vita?

“Non ci penso.”
“Mai?”

“Non posso permettermi di farlo. È il passato e, come diceva mio padre, devo solo raccogliere i cocci e andare avanti.”

Andrea stette zitto e dopo qualche minuto continuò: “Non ti faranno problemi al lavoro? Potrei spiegare…”

“Non preoccuparti. Ora riposati, devi essere in forze per Baili.”
Lui annuì e, prima di addormentarsi, guardò Elisa spettinarsi la frangetta.

Si svegliarono rattrappiti, tuttavia l’indolenzimento passò non appena si accorsero di avere le mani intrecciate.

“Scusa.” disse lei, staccandosi.

Lui la guardò e, vedendo che la clinica stava aprendo, senza dire niente scese dalla macchina.

Il viaggio di ritorno fu più tranquillo.

Elisa cominciava ad apprezzare la compagnia dell’uomo, sebbene soltanto ventiquattro ore prima non la pensava così.

“Eccoci. Grazie ancora. E scusami.”

Elisa sorrise dolcemente, pur sapendo di essere in ritardo di ore per il lavoro.

“Spero che Baili si riprenda velocemente. Ci vediamo.” fece per scendere dalla macchina quando lui le afferrò la mano.

“Elisa, io…”

La giovane, girandosi, lo vide guardare in basso e poi tornare a osservarla.

“Io…” continuò, avvicinandosi sempre più, cosa che fece anche Elisa, involontariamente.

Quand’erano a pochi centimetri l’uno dall’altra, Baili cominciò ad abbaiare.

Qualcuno stava bussando al finestrino: il suo capo.

“Devo andare.”

“Aspetta…” Lei però era già scesa.

“Vanoni, quando mi hai detto che avresti portato il cliente fuori, pensavo fosse per mostrargli alcune case…”

“E infatti era così. Ma il cane si è…”
“La storia del cane che ha mangiato i compiti? Già sentita. Non pensavo fossi quel genere di… donna. Mi hai fatto capire molte volte che…”

Sapeva doveva voleva andare a parare.

“Ed è così.” disse ferma, facendogli capire che non gli avrebbe permesso di toccarla nemmeno con un dito.

“Allora sei licenziata.”

“Cosa?”
“Ti aspetti che dopo una cosa del genere ti lasci qui? Libera la tua scrivania.”

Elisa serrò la mascella, ma non disse niente.

Quando uscì, pur sapendo di non avere più un lavoro, sorrise. Inspiegabilmente si sentiva liberata da una prigione in cui si era rinchiusa da ormai troppo tempo.

Latte, deterviso, biscotti. Era quella la sua routine da quando aveva trovato lavoro come cassiera di un supermercato.

“Sono quattro euro.” disse meccanicamente.

“Elisa.”

Alzò lo sguardo e lo vide: era lui.

“Che fai qui?”

“Compro croccantini per Baili.”

“Come sta?”

“Bene, gli manchi. Senti, possiamo parlare?”

“Stacco tra quaranta minuti…”
“Ti aspetto al bar.”

Seduti uno di fronte all’altra, Andrea le disse di averla cercata al lavoro e lei raccontò del licenziamento, rassicurandolo.

“Sarebbe successo comunque, non ti sentire responsabile. Inoltre odiavo quel posto, il capo era viscido.”

“E qui ti trovi bene?”

“Poteva capitarmi di peggio. Ora devo andare. Grazie per la bibita e la chiacchierata.” disse, alzandosi e osservando per l’ultima volta l’uomo.

“Aspetta.” la fermò, prendendole la mano. “Voglio poter fare qualcosa. So cosa stai per dire, ma ti prego, ascoltami e poi decidi.”

Elisa, titubante, si sedette.

“Potresti tornare all’università. Non ti mancavano molti esami…”

“Non posso. Non potrei conciliare lavoro e studio. E devo lavorare.”

“Ho comprato la seconda villetta che mi hai mostrato, è vicina alla facoltà, potresti vivere lì. Pagherei io la retta.”

“Vuoi mantenermi?”

“Voglio solo aiutarti.”

“Perché?”

“Perché te lo meriti.” disse lui. “Ti prego accetta. Mi offrirai delle visite gratis per Baili, visto che si caccia sempre nei guai.”

“Non posso.”

“Mi hai detto che la vita non ti dà mai ciò che meriti. Ora sto provando a ripagare ciò che ho avuto senza merito, dandoti qualcosa che hai sempre meritato.”

Elisa si spettinò la frangetta, sapendo che aveva già deciso.

“Guarda, mamma!” disse una bambina sui sei anni, indicando un castello di sabbia in stile disneyano che, nel giro di pochi secondi, venne distrutto dall’arrivo di un uragano canino.

“Baili!” esclamò la piccola, correndogli dietro.

“Vanessa, non allontanarti troppo!” urlò la madre.

Il padre, ancora inginocchiato, disse: “Peccato, avevo appena finito le torri…”

“Tanto erano storte.”

“Erano artistiche.” puntualizzò lui.

“Non si fida del mio giudizio?”

“Al contrario. Mi aspetto grandi cose da lei, signora De Brandis.” disse lui, avvicinandosi alla moglie. Ma prima che potesse baciarla, suonò il telefonino.

“Devo andare, un cucciolo non ha risposto bene alla terapia antibiotica.”

Detto questo, Andrea la osservò alzarsi e correre via, mentre si spettinava la frangia, come faceva ogni volta che era nervosa.

 

 

 

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