Concorso giveaway di Capodanno – notte horror

Carissimi lettori e scrittori,

questo post è per comunicarvi ufficialmente l’apertura del prima “concorso giveaway” di Capodanno organizzato dalla bottega dello scrittore per i suoi allievi del corso annuale di scrittura creativa.  Capirete fin dal titolo che si tratta di una battaglia fra due racconti di genere “horror” scritti dai due scrittori concorrenti Maria Teresa Dina Strazza e Maurizio Pirrera.

Ci saranno due premiazioni: una per gli scrittori e una per i lettori

Le regole per partecipare all’estrazione che avverrà venerdì 30 gennaio sono molto semplici:

Categoria scriittori:  il vincitore sarà nominato dal pubblico di lettori attraverso il maggior numeri di commenti in relazione al suo testo sotto questo post.  I commenti saranno ritenuti validi come voti solo se conterranno in maniera esplicita il nome del candidato (es. Voto Maurizio oppure voto Dina). Chi otterrà il maggior numero di voti vincerà.

Categoria lettori: Verrà sorteggiato tramite il sito random.org un post a caso tra i commenti

Premi:

Categoria scrittori:  Il romanzo di Giancarlo Micheli “La grazia sufficiente” edito da Campanotto narrativa editore. Un viaggio narrativo per risalire al tempo dei primi contatti tra le culture occidentale e orientale, alla ricerca di una vita umana sensibile, equanime e felice nei limiti della necessità.

Categoria lettori: lo sconto del 25% sull’acquisto del nostro corso di scrittura creativa online e una tessera annuale omaggio de La bottega dello scrittore

Non ci resta che augurarvi buona lettura!!!

 

Racconto 1:  Il lupo nero di Maria Teresa Dina Strazza

lupo

Simonetta è una donna di 45 anni, piacevole, intelligente, piena d’interessi, dotata di una mente brillante e una cultura notevole. E’ contenta della sua vita, spesso viene beffeggiata perché avara,  ma lei preferisce definirsi parsimoniosa. Infatti quella notte, mentre tornava a casa, pensava cheforse era arrivato il momento di mettere mano e fare le ristrutturazioni rimandate troppo a lungo.
La casa era vecchia, Simonetta giustificava i disagi per la mancanza di manutenzione, dicendo chele case parlano: il legno dei mobili antichi scricchiola, la caldaia, da sostituire, emette un clangor eimpossibile da ignorare. Le tubature poi. Delle volte si sentiva in un set pieno di effetti speciali.
Da un po’ di tempo però, era presa dall’inquietudine, entrava e si aggirava tra le stanze,
accendendo le luci e controllando.
Quella notte, il vento sibilante e il freddo umido, la facevano sentire particolarmente insofferente; da una parte non vedeva l’ora di rifugiarsi nella sua tana, ma dall’altra, una sorta di sgomento latormentava. Si fece coraggio, ecco arrivata, ecco pronta per la notte, abat-jour acceso, occhiali inforcati e libro in mano si preparava alla lettura prima del sonno. E invece no, l’inquietudine l’assalì violentemente, il cuore batteva all’impazzata. Non riusciva a spiegarsi il perché.
Senza che se ne accorgesse rimase al buio nella sua camera, attraverso la finestra, la luce alneon del cartellone del palazzo di fronte rendeva la situazione raccapricciante, proiettava delle ombre, ma non erano soltanto i soliti rumori della casa, quella brutta luce così artificiosa, era qualcosa in più.
Quasi si sentiva ridicola, sentiva una presenza, ci manca che veda i fantasmi, si disse ironicamente per scongiurare la paura che provava ma non voleva ammettere. Invece motivoc’era, l’aria s’impregnava di un odore fetido e più in là una forma, nera, scorse degli occhi rossi, dei denti bianchissimi enormi. Simonetta, con la voce spezzata urlò: chi c’è? chi sei? che vuoi? Troppe domande, le risposero, parole sibilanti. Poi continuò, mi hanno dato tanti nomi, scegli quello che vuoi, ma lo sai che sono Il Lupo Nero!!!Si proprio così, mi sarei dovuto presentare avvolto dalle fiamme e con il tridente? Invece no, lo faccio come nelle favole, ti piace?
Il terrore le impastava la lingua, voleva argomentare, cacciare via quella visione orrenda, come mai si era presentato a lei?
Perché, disse l’immondo, perché è arrivato il tuo momento, è da tanto che vuoi qualcosa e nonl’ottieni, lassù, nessuno ti ascolta. Ma ci sono IO.
Lei, scossa dallo stupore, dalla stucchevole presenza, comunque non voleva arrendersi, e quindi, temporeggiando domandava: ma sei l’angelo caduto, quale? quello del Rimorso o quello nero?
Un boato la paralizzò, ma era una risata: sono quello nero, il Malefico, stringerai un patto questa notte, avrai ciò che vuoi e poi sarai MIA!
Che vuol dire mia, riuscì ad articolare Simonetta, mentre lacrime calde le colavano lungo il viso.
Scesero fino alle labbra, si passò la lingua come un’automa, era sangue, piangeva lacrime disangue. Schifata, pietrificata, braccata non capiva, la presenza incombente riempiva ogni suospazio mentale, ma non si arrendeva, non ancora.
Che vuol dire MIA?
La tua Anima, mia cara, sarà mia, e non sarai mai più la stessa.
Perché io? Perché, piangeva, urlava, si dimenava Simonetta.
Non ha importanza, forse hai desiderato con troppo ardore senza misurare le conseguenze? Tiaspetta l’eternità per sciogliere questo mistero, ormai sei mia, sento la puzza della sconfitta.
E Simonetta sentiva crollare tutte le sue certezze, un frastuono come quello di un edificio dinamitardo. Essere immondo, pensava, provava un ribrezzo esasperato, era orripilante, e lei cedeva.
Mentre si passava le mani per togliere il sangue, un sudore freddo, irruente, l’assalì d’improvviso.
L’essere insinuante la prevaricava, si sentiva stuprata, giocava con la sua mente, con i suoi sensi, con le sue emozioni, era quasi un gioco erotico, un paradosso.
Non era facile accedere ai suoi ben celati pensieri, ma Lui l’aveva fatto. Lui Ululò, si aspettava una risposta, quella della sua resa, della sua sconfitta.
Simonetta si sentiva la carne gelida, fremente, non più in grado di muoversi. L’orripilante visionedella Creatura, l’orrore, la disperazione, e poi Simonetta, si era finalmente arresa, aveva appenafatto un cenno col capo, solo questo. E l’Eternità.!
Il mattino dopo Simonetta si svegliò con un gran mal di testa. Strano, era adagiata sui cuscini, il libro in mano, gli occhiali ancora inforcati. L’abat-jour era acceso.

Racconto n 2: Ossessionato dalla paura di Maurizio Pirrera

oss

Vi racconto la mia storia, un’esperienza tremenda che sconvolse la vita tranquilla di una persona che amava la sua vita il lavoro e sua moglie.

Tutto questo riuscii a perderlo; senza rendermene conto di essere in balia di forze demoniache che non mi davano pace fino a diventare la mia stessa ombra.

Ossessionato da questi impulsi irrefrenabili mi trovo in questo centro psichiatrico penitenziario sia per scontare la mia pena e sia per curarmi. Le terapie mi possono aiutare  a vivere meglio ma niente mi potrà riportare ad essere quella persona entusiasta come ero prima.

Mi ricordo che era notte. Il fruscio del vento rimbombava contro le pareti dei palazzi la pioggia cadeva martellante sull’asfalto bagnato. Era incominciato l’inverno e dopo mesi di caldo umido era venuto il momento di cambiare abitudini e incominciare ad accendere i termosifoni.

Quella notte non riuscivo a dormire, mi agitavo continuamente, spostandomi da un lato all’altro del letto preoccupato per i ritmi di lavoro stressanti e ripetitivi; ma quello che mi innervosiva di più erano i movimenti di più persone provenienti dal piano superiore.

Marco, l’inquilino del piano superiore, era una persona gentile e spesso era assente perché impegnato a lavorare all’estero. Quindi non riuscivo a capire il motivo di tanti rumori così fastidiosi e in un orario non consentito.

Infastidito sobbalzai dal letto come una furia e uscii di casa. Ero determinato a chiedere una spiegazione di così tanto rumore. Bussai alla porta….. nessuna risposta solo silenzio. Bussai una seconda volta e mi accorgo che la porta si apre lentamente come sospinta da una forza magnetica.

Marco non era presente all’ingresso neanche l’ombra; e nel buio dell’ingresso si intravedeva   una grossa massa rivestita di un  mantello dorato,gli occhi di un agguerrito felino capace di vedere nel buio e si faceva sempre più  evidente la sagoma di  una belva feroce di quelle che terrorizzano il sud asiatico. Era lo sguardo e la stazza di una tigre. Aveva uno sguardo assetato di sangue e pronta ad aggredirti  al collo.

Rimasi sbalordito a vedermi davanti una simile bestia, l’atteggiamento di ostilità e di rabbia iniziale si trasformarono in ansia e paura.

Emise subito un ruggito che fece vibrare l’intero palazzo per quanto era atroce e violento.

Fui stordito dalla paura e mi diedi alla fuga rotolandomi giù per le scale e uscendo fuori come una preda spaventata. Fuori pioveva e faceva freddo con indosso  il solo  pigiama, cercavo di velocizzare la mia andatura per sfuggire al mostro. Mi sentivo braccato da questa forza.

Avevo attraversato tutta Via Vigna Murata e arrivai alla stazione Laurentina, lì non c’era nessuno.

Mi riparai sotto la tettoia in una pensilina della fermata dei bus; ma mi sentivo sempre in agitazione e quella forza demoniaca era sempre lì a minacciarmi e a volermi uccidere .

Non c’era via di scampo per me per liberarmi. Dentro di me sentivo le pulsazioni dei battiti cardiaci battere forte percuotendomi pure le tempie.

Non sapevo dove andare, farneticavo urlavo in modo incontrollato.

Mi condussero in un ospedale psichiatrico venivo sedato con i psicofarmaci, aveva l’effetto di placare il comportamento aggressivo ossessivo maniacale. Il suo effetto era momentaneo.

Non potevo ritornare a casa perché ero un soggetto pericoloso.

Mia moglie preferì allontanarsi da me, fu talmente sconvolta dalla mia metamorfosi che non ebbe il coraggio e la forza in una situazione così difficile di aiutarmi essermi vicino con il cuore.

Mancandomi quella parte complementare a me tanto cara mi sentii solo e abbandonato.

Nella stessa maniera si comportarono i parenti e gli amici: all’inizio assunsero un atteggiamento freddo e circospetto e poi furono determinati ad abbandonarmi e a non venirmi più a trovare.

Mi ritrovai sempre più solo imprigionato in una bolgia infernale  e soffrivo in profondità la perdita degli affetti più cari.

Un giorno riuscii a prendere un giorno di congedo dal Centro di salute Mentale in cui risiedevo.

Era una fresca mattina di primavera e presi la folle idea di ritornare a casa e fare una sorpresa a mia moglie.

Con la vana speranza di poter riconciliare e ritornare tutto come prima, ero spinto da buoni propositi.

Entrato in casa dopo molto tempo ritrovai tutto come prima niente era cambiato.

In camera da letto trovai mia moglie che dormiva insieme ad un altro uomo rimasi sbalordito: pensai che doveva essere il suo nuovo compagno o il suo amante, di fronte a quella scena mi trasformai in una belva.

Preso un coltello dalla cucina li pugnalo alle spalle diverse volte colpendoli nel sonno, li massacro facendo una carneficina di sangue.

I loro corpi trasformati in una pozza di sangue; mi ero messo seduto a guardare la scena in modo attonito abulico senza alcun coinvolgimento emotivo.

Arrivata la polizia mi portarono in carcere e fui poi assegnato in un reparto distaccato in una specie di ospizio psichiatrico e fui condannato per tutta la vita a stare in questo posto.

Ero ritenuto un serial killer, purtroppo ero soggiogato da questa forza demoniaca ed era assetata di odio contro tutte quelle persone che mi avevano abbandonato e che ritenevo amici.

Sono consapevole che non potrò più ritornare come prima quella persona intelligente entusiasta e disponibile.

Questa è la mia storia e chiedo perdono a Dio di questa mia folle malattia.

La pena è la giusta punizione e per me ritornare libero non avrebbe senso perché continuerei a perpetrare la scia di omicidi……l’unico posto per espiare la mia colpa è qui…. Ormai ne sono purtroppo rassegnato!!!

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