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MITOLOGIA DELLO SCRITTORE XVII – L’ ESTETICA DELL’ETIMOLOGIA

Saper usare le parole è un’arte che consta di due principali abilità: conoscere le regole della grammatica della lingua in cui si accinge a esprimersi e possedere la proprietà linguistica per cui ci si può arrischiare argomentando contorti concetti complessi, saggiare sinonimi e simbolismi sinuosi, mutare metafore e metafisiche meticce.

La scelta dei termini non può essere casuale né forzata, ma è necessario esprimere in armonia anche le esclamazioni disarmoniche.

Per fare ciò, bisogna sapere precisamente cosa sono le unità minime del nostro discorso.

Le parole non sono solo fonemi con cui rappresentare la realtà intorno a noi. Sono portatrici di saperi profondi, talvolta segreti illeciti.

Innocue parole di saluto nascondono significati ormai perduti, come “ciao” che deriva dal termine veneto per “schiavo” o l’abbreviazione “addio” che serviva addirittura per raccomandare a Dio nel commiato.

La mia etimologia preferita è quella del termine “desiderare”: letteralmente vuol dire “fissare attentamente le stelle”, esprimendo la sensazione di vuoto incolmabile tra noi e quel qualcosa di cui sentiamo bisogno. Non si può “desiderare” un caffè, a meno che questo non sia talmente importante per il nostro personaggio da farne dipendere la salute mentale e/o fisica.

Osservando attentamente le parole ci accorgeremo che l’uso della loro etimologia può venire incontro a molte nostre necessità narrative: la “maschera” era originariamente un essere demoniaco e “mostro” deriva da “meraviglioso”, “compagno” è colui con cui spartire il pane, mentre “compassione” è la qualità di colui che prova comunanza nel dolore.

Ad approfondire la conoscenza delle radici storiche delle parole sembra che nessun  termine che proferiamo sia usato secondo il suo significato iniziale, ciò non toglie che essi si riveleranno come nostri sodali se ci preoccupiamo di prendere con loro una rispettosa confidenza.

Salvatore Pireddu