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Mitologia dello Scrittore VI: Aggettivi Killer (parte seconda, “La Vendetta”)

Lo dicevo in un articolo precedente: l’aggettivo, maneggiato incautamente, uccide.

Ogni volta che usate male un aggettivo una fatina muore.
Va bene, forse non muore nessun adorabile donnina in miniatura, ma almeno, quando vi capita di sbagliare, provate un po’ di senso di colpa. C’è gente che ci sta malissimo, quando descrivete male qualcosa. Tra questa gente, io. Anche nella vita reale.
Ad esempio, tempo fa, mi trovavo a parlare con dei colleghi dopo aver seguito una lezione dello scrittore Marcello Fois. Uno di questi, sul cui lavoro non mi esprimo, volle dire la sua.
“Non mi piace Marcello Fois.”
“Ma dai, e come mai? Cosa non ti piace?”
“È che lo sento poco vero.”
Capite? Non vuol dire nulla, “poco vero”. Stavamo parlando di romanzi, cose che non devono essere “vere” per forza, al massimo verosimili. Avesse messo in dubbio una qualunque qualità ci si debba aspettare da uno scrittore avrei capito, sul serio. Ma quello che (forse) intendeva il ragazzo era “state tutti dicendo che vi piace questo autore, io cerco di emergere da questo gruppo dicendo una cosa controcorrente e in modo complicato così da sembrare intelligente”.

Allo stesso modo, sui social network, leggo spesso commenti con aggettivi e metafore a dir poco azzardate, come quando un mio contatto hippy pubblicò una sua foto in una località per nudisti e tra i vari messaggi sulla sua bacheca ci fu un fioccare di complimenti tra cui un misterioso “Sei così libera!” Libera? Da cosa, dalla tirannia di bottoni e cerniere? Una persona che mostra un po’ di fondoschiena ad un pubblico virtuale è libera? Davvero basta questo? Devo tornare indietro nel tempo ad avvertire Voltaire! Forse l’incauto commentatore voleva dire “Spero tu sia libera stasera e che tu sia sentimentalmente libera, e soprattutto mi spieghi qualcosa sul libero amore”. Non fraitendetemi, non sono un rigido bacchettone moralista, ho piacere come tutti nell’ammirare il corpo umano e non reputo il pudore come la migliore delle virtù: quello che mi è rimasto impresso è stato l’uso insensato di una parola con uno slancio dettato più dagli ormoni che da una libera opinione.

Quando qualcuno descrive la sua insalata come “paesaggistica”, o vi consiglia un libro perché “salato”, potete stare sicuri che non ha idea di cosa stia dicendo e potete trarne le dovute conclusioni (non tutto può essere sinestesia n.d.r).
E ora, immaginate di dover correggere un testo in cui gli aggettivi sono messi senza logica: l’editor incaricato alla valutazione non penserà di trovarsi di fronte ad un nuovo stile innovativo dettato da un intellettuale visionario, segnerà con la penna rossa quelli che reputavate “slanci fantasiosi” e dovrà respirare profondamente.

Salvatore Pireddu